Absence/Absinthe

2010 dicembre 16

Sento dei latrati arrivare da fuori, a piccoli bocconi. Dev’essere qualcuno che canta sotto la doccia, con tanto di cori.

Lavare i piatti mi screpola i pensieri. Stasera no smoking, no fucking. No drinking. Non ci sono neanche più bicchieri da insaponare.

A volte mi piace pensare che tu sia lontano, che per arrivare a te io debba prendere un treno e durante il viaggio ammazzarmi e suturarmi con struggimenti e delizie. Immagino un nostro incontro, dopo tanto – quanto? non è davvero così tanto – tempo. Tu che mi guardi da lontano, con le mani in tasca, tagliando un sorriso a metà con i denti. Mi baci, in mezzo agli strilli del vapore, poi mi prendi per mano, già cerchi la mia pelle sotto il cappotto. Seduti in un caffé con il pianoforte meccanico, ti aggrappi alla mia coscia sotto il tavolino e stringi la mano quando mi parli, quando ti guardo negli occhi e avvicino la piccola forchetta alla bocca.

Immagino bocche piene di silenzi. Immagino tocchi e tocchi, di sentirmi a casa in una camera d’albergo, vicina a te, di sentirmi di nuovo dio, quando mi sei dentro e posso sfilarti una ad una le voglie dagli occhi, come se il tuo cervello non fosse altro che un tessuto di impercettibili falle, trame, nodi. Ci raccontiamo, spezzati, tranci di vita nella reciproca assenza. Cosa dicevi? Cosa facevi? Pensavo, sai, mentre facevo altre cose. Un giorno sono uscita. Anch’io. Era la prima volta che uscivo presto dall’ufficio. E non c’è tempo per escogitare nessun gioco, né per imparare ritornelli, siamo noi il gioco, siamo noi il ritornello, fatto di schizzi e di umori. Sempre nudi, sempre a intrecciare gemiti, scagliandoci alle calcagna delle più vivide allucinazioni. Mi sembra di poter sentire l’odore del fumo – dell’incendio di carni – che poco a poco, ineluttabile, impregna la moquette della stanza. Le tende. La carta da parati. Le lenzuola. La pelle, la fibra, il midollo. Ci scopiamo finché non c’è più nulla da pulire, finché non ci siamo che noi, nudi. E la verità.

Poi tutto svanisce, quando chiudo il rubinetto e la goccia non cade. Mi asciugo le mani su uno strofinaccio già bagnato.

Sono rimasti solo i miei occhi da svuotare di una strana malinconia.

foto via | syntheticpubes

Altri pensieri:

  1. Cavalier Amaranto permalink
    dicembre 24, 2010

    Augurissimi di Natale, se non ci redi di buon Anno, se non ci credi….Che aspetta il babbo con la barba il sacco dei regali e il vestito rosso a portarti il carbone? (Non sto parlando di Cacciarri sia chiaro XD )

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  2. dicembre 30, 2010

    eheheh grazie! buon natale e buon anno anche a te!
    So*

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  3. mario permalink
    gennaio 1, 2011

    blogmeisterin, vuoi parlarci del tuo capodanno? jo ho bevuto champagne da una coppa piuttosto originale

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  4. gennaio 1, 2011

    Ti dico solo che alle 6.38 mi sono svegliata in preda alla nausea e ho vomitato l’impossibile: cavalli bianchi, zucche, anni bisestili, pipistrelli… tutto. In un certo senso è stato un capodanno diverso dal solito. Non so, mi sentivo più calma… festeggio di nuovo tra poco :) ogni giorno è Capodanno… e adesso mi metto a scrivere qualcosa per propiziare i miei prossimi libri :) (sempre che mi pubblichino il primo)
    So*

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